Rassegna sul Medio Oriente
“FATENAH” – Ahmad Habash – Palestina, 2009,
Fatenah è una ventisettenne che abita tranquilla (per quel che si può) nella Striscia di Gaza insieme a suo padre e a sua sorella. Il destino le riserva una prova durissima: un tumore al seno. Un male violento ma non imbattibile: ma Fatenah vive a Gaza, e le visite specialistiche, le cure, l’intervento necessario, tutto quello che in ogni altra parte del mondo le garantirebbe buone possibilità di guarigione, le sono negate. In mezzo c’è l’isolamento della Striscia, quel confine con Israele così difficile da valicare, un’assicurazione sanitaria insufficiente, per chi come lei è cittadina di uno Stato che non esiste e ospite indesiderato dello Stato «ufficiale». Ispirata a una storia vera, ma in realtà paradigmatica della quotidianità dei Territori, Fatenah porta per la prima volta sullo schermo cinematografico la vicenda di quel dolore nel dolore che è l’immane fatica dell’accesso alle cure sanitarie che i palestinesi ammalati sperimentano sulla propria pelle, quando fanno giornate di fila al check-point per poi essere rimandati indietro nonostante un permesso regolare e la terapia da ricevere in ospedale. Il film riesce nell’intento di proporre un racconto schietto, mostrando come, all’ingiustizia della malattia, si finisca per aggiungere l’ancor peggiore sopruso della guarigione ostacolata.
“NAJI AL ALI, UN ARTISTA VISIONARIO” – Kasim Abid – Libano, 1994
“Nei 30 anni da quando ho iniziato a disegnare, penso di aver girato tutte le prigioni arabe, e mi sono chiesto: come fare ad uscirne? Era preparato a morire difendendo anche l’ultima vignetta, perché ogni disegno è una goccia d’acqua che cerca la sua strada attraverso l’anima della gente” – Naji al-Ali.
Nel corso della storia, gli artisti hanno fronteggiato la minaccia della violenza ogni volta che le loro opere hanno affrontato lo stato o l’élite politica. Il vignettista Naji al-Ali ha disegnato migliaia di vignette satiriche verso i potenti del Medio Oriente, è ha pagato il prezzo delle sue esternazioni “offensive”. Il 22 luglio 1987 è stato ucciso con un colpo in volto, mentre usciva dagli uffici londinesi del giornale Al Qabbas. Morì dopo essere stato in coma per 5 settimane.
Proveniente dalla miseria dei campi profughi, per oltre 30 anni è stato un critico implacabile della cultura politica araba reazionaria e delle interferenze occidentali nelle questioni arabe. Noto come il Malcom-X palestinese, Naji è tuttora l’artista più popolare nel mondo arabo, amato per la difesa della gente comune e per la sua critica alla repressione e al dispotismo.
“NOZZE IN GALILEA, Urs al-Jalil” – Michel Khleifi – Belgio/Francia, 1987
In seguito a manifestazioni di forte protesta contro gli occupanti israeliani sorte in un villaggio arabo della Galilea, il governatore militare ha proclamato la legge marziale. Sono prossime le nozze del figlio del Mutkar Abou Adel, il capo-villaggio, che si fa un punto d’onore nel celebrarle con memorabile solennità, secondo la tradizione. Il Mutkar si reca quindi dal governatore e lo prega di sospendere temporaneamente il coprifuoco perché tutto il villaggio possa confluire liberamente alle nozze del figlio. La sospensione viene concessa, a patto che tutto si svolga entro 24 ore e che – ospiti d’onore alle nozze – vengano invitati con lui, tre suoi ufficiali, due uomini e una donna, e questo col segreto intento di spiare da vicino gli arabi per scoprire i piani di rivolta. Il Mutkar accetta perché nelle tradizioni arabe a una festa di nascita o di nozze sono ammessi anche i nemici. Ma quando rientra al villaggio e annuncia l’ottenuta concessione, con le condizioni poste dal governatore, non trova tutti concordi.
“EJTEYAH, Invasion”
“Siamo entrati di notte”, dice il soldato, che si chiama Yuval, quando Hassan mostra le immagini di ragazzi che giocano sul portone di casa a Jenin. Dopo lo spettatore incontrerà vari residenti di Jenin, tra cui Muhammad, che dice: “ogni volta che l’esercito israeliano entra nel campo, occupano la mia casa”. Poi aggiunge: “Durante gli 11 giorni di occupazione non abbiamo avuto elettricità e acqua”.
Hassan fa dei ritratti dei residenti che cercano di vivere tra le macerie. In una casa ci mostra una stella di Davide disegnata sul muro e sulla porta della casa che hanno occupato per controllare la piazza sottostante e sparare attraverso la finestra.
“JENIN JENIN” – Mohammed Bakri – Israele/Palestina,2002
“Dov’è Dio?”. Un anziano se lo chiede disperato mentre girovaga tra le rovine del campo profughi palestinese di Jenin. Il film mostra le testimonianze dei residenti del campo profughi dopo la cosiddetta operazione militare dell’esercito israeliano “Muro difensivo”, durante la quale il campo e la città furono il teatro di violenti combattimenti. L’operazione terminò con il campo raso al suolo e numerose vittime palestinesi. I Palestinesi, così come diverse organizzazioni per la difesa dei diritti umani, accusarono Israele di aver commesso crimini di guerra durante l’attacco, avvenuto nell’aprile del 2002. Jenin Jenin mostra l’estensione alla quale la prolungata oppressione e il terrore hanno colpito le menti degli abitanti di Jenin.
Una giovane ragazza, che non sembra avere più di 12 anni, racconta la sua storia, ma sembra non conoscere la paura. La continua violenza nella sua vita quotidiana nutre I suoi sentimenti di odio e incitano l’urgenza della vendetta. Continueranno a produrre bambini, che potranno continuare la lotta contro l’ingiustizia. Vietato in Israele, il film è dedicato a Iyad Samudi, il co-produttore del film, che tornò a Yamun alla fine delle riprese del film. Il 23 giugno 2001 le forze israeliane assediarono Yamun e Samudi fu ucciso mentre stava lasciando una zona militare chiusa con 3 amici.
“RITORNO AD HAIFA” ,dal racconto omonimo di Gassan Kanafani – Francesco Feola – Italia, 2005
Per la prima volta nella letteratura araba uno scrittore palestinese ci parla di due diaspore: quella palestinese e quella ebraica, accomunate da un unico tragico destino. Said, palestinese di Haifa, torna con la moglie, dopo vent’anni di esilio, nella sua città natale per rivedere fugacemente i luoghi amati e la sua casa, ora abitata da una famiglia di ebrei polacchi scampati ad Auschwitz, e per cercare il figlio, abbandonato durante la repentina e tragica fuga. Con grande umanità e forza emotiva, Ghassan Kanafani ci accompagna in questo viaggio nel presente e nel passato, dove riaffiorano da entrambe le parti il disagio e la tristezza della situazione, in un groviglio di sentimenti e passioni umane.
“FRONTIERE DI SOGNI E PAURE, Ahlam al-Manfa” – Mai Masri – Palestina/Libano, 2001
Da Shatila (Beirut) a Dheisha (Betlemme), Frontiers of Dreams and Fears, si focalizza sul viaggio di due ragazze palestinesi profughe verso la frontiera tra il Libano e Israele, che le separa dalla loro infanzia l’una dall’altra. Filmato durante la liberazione del Libano del sud dall’occupazione israeliana (maggio 2000), e l’inizio della nuova intifada, il film esplora la relazione tra la memoria, l’immaginazione e l’identità. Un primo piano su due adolescenti, Muna, 13 anni e Manar, 14, le quali, separate dall’esilio, diventano amiche tramite internet, vogliono conoscersi e attendono che gli eventi politici rendano possibile il loro incontro. Il film segue le due giovani ragazze palestinesi nel corso di alcuni mesi della loro vita: Muna nel campo profughi di Shatila a Beirut e Manar nel campo di Dheisha a Betlemme. Vivendo in due campi diversi – l’uno segnato dalle condizioni di estrema marginalizzazione, l’altro dall’oppressione economica e militare israeliana – le due ragazze cercano di comunicare l’una con l’altra a dispetto delle barriere che le separano.
“LA SPOSA SIRIANA, Hacala Hasurit,The Syrian Bride” – Eran Riklis – Israele/Francia/Georgia, 2004
Mona, giovane donna originaria del Golan, sta per convolare a nozze combinate con un cugino siriano conosciuto solo per via epistolare. La felicità per l’evento, già di per se relativa, è soffocata dal fatto che una volta lasciato il Golan, occupato da Israele, non potrà più tornarvi né di conseguenza rivedere la propria famiglia. La ragazza verrà accompagnata al confine, per l’ultimo sofferto saluto, dal padre, attivista filo-siriano diffidato dalle forze di polizia locali, e dai fratelli, in fuga dalla cultura oppressiva e totalizzante dei propri luoghi natali.

Rassegna sul Medio Oriente
“FATENAH” – Ahmad Habash – Palestina, 2009,
Fatenah è una ventisettenne che abita tranquilla (per quel che si può) nella Striscia di Gaza insieme a suo padre e a sua sorella. Il destino le riserva una prova durissima: un tumore al seno. Un male violento ma non imbattibile: ma Fatenah vive a Gaza, e le visite specialistiche, le cure, l’intervento necessario, tutto quello che in ogni altra parte del mondo le garantirebbe buone possibilità di guarigione, le sono negate. In mezzo c’è l’isolamento della Striscia, quel confine con Israele così difficile da valicare, un’assicurazione sanitaria insufficiente, per chi come lei è cittadina di uno Stato che non esiste e ospite indesiderato dello Stato «ufficiale». Ispirata a una storia vera, ma in realtà paradigmatica della quotidianità dei Territori, Fatenah porta per la prima volta sullo schermo cinematografico la vicenda di quel dolore nel dolore che è l’immane fatica dell’accesso alle cure sanitarie che i palestinesi ammalati sperimentano sulla propria pelle, quando fanno giornate di fila al check-point per poi essere rimandati indietro nonostante un permesso regolare e la terapia da ricevere in ospedale. Il film riesce nell’intento di proporre un racconto schietto, mostrando come, all’ingiustizia della malattia, si finisca per aggiungere l’ancor peggiore sopruso della guarigione ostacolata.
“NAJI AL ALI, UN ARTISTA VISIONARIO” – Kasim Abid – Libano, 1994
“Nei 30 anni da quando ho iniziato a disegnare, penso di aver girato tutte le prigioni arabe, e mi sono chiesto: come fare ad uscirne? Era preparato a morire difendendo anche l’ultima vignetta, perché ogni disegno è una goccia d’acqua che cerca la sua strada attraverso l’anima della gente” – Naji al-Ali.
Nel corso della storia, gli artisti hanno fronteggiato la minaccia della violenza ogni volta che le loro opere hanno affrontato lo stato o l’élite politica. Il vignettista Naji al-Ali ha disegnato migliaia di vignette satiriche verso i potenti del Medio Oriente, è ha pagato il prezzo delle sue esternazioni “offensive”. Il 22 luglio 1987 è stato ucciso con un colpo in volto, mentre usciva dagli uffici londinesi del giornale Al Qabbas. Morì dopo essere stato in coma per 5 settimane.
Proveniente dalla miseria dei campi profughi, per oltre 30 anni è stato un critico implacabile della cultura politica araba reazionaria e delle interferenze occidentali nelle questioni arabe. Noto come il Malcom-X palestinese, Naji è tuttora l’artista più popolare nel mondo arabo, amato per la difesa della gente comune e per la sua critica alla repressione e al dispotismo.
“NOZZE IN GALILEA, Urs al-Jalil” – Michel Khleifi – Belgio/Francia, 1987
In seguito a manifestazioni di forte protesta contro gli occupanti israeliani sorte in un villaggio arabo della Galilea, il governatore militare ha proclamato la legge marziale. Sono prossime le nozze del figlio del Mutkar Abou Adel, il capo-villaggio, che si fa un punto d’onore nel celebrarle con memorabile solennità, secondo la tradizione. Il Mutkar si reca quindi dal governatore e lo prega di sospendere temporaneamente il coprifuoco perché tutto il villaggio possa confluire liberamente alle nozze del figlio. La sospensione viene concessa, a patto che tutto si svolga entro 24 ore e che – ospiti d’onore alle nozze – vengano invitati con lui, tre suoi ufficiali, due uomini e una donna, e questo col segreto intento di spiare da vicino gli arabi per scoprire i piani di rivolta. Il Mutkar accetta perché nelle tradizioni arabe a una festa di nascita o di nozze sono ammessi anche i nemici. Ma quando rientra al villaggio e annuncia l’ottenuta concessione, con le condizioni poste dal governatore, non trova tutti concordi.
“EJTEYAH, Invasion”
“Siamo entrati di notte”, dice il soldato, che si chiama Yuval, quando Hassan mostra le immagini di ragazzi che giocano sul portone di casa a Jenin. Dopo lo spettatore incontrerà vari residenti di Jenin, tra cui Muhammad, che dice: “ogni volta che l’esercito israeliano entra nel campo, occupano la mia casa”. Poi aggiunge: “Durante gli 11 giorni di occupazione non abbiamo avuto elettricità e acqua”.
Hassan fa dei ritratti dei residenti che cercano di vivere tra le macerie. In una casa ci mostra una stella di Davide disegnata sul muro e sulla porta della casa che hanno occupato per controllare la piazza sottostante e sparare attraverso la finestra.
“JENIN JENIN” – Mohammed Bakri – Israele/Palestina,2002
“Dov’è Dio?”. Un anziano se lo chiede disperato mentre girovaga tra le rovine del campo profughi palestinese di Jenin. Il film mostra le testimonianze dei residenti del campo profughi dopo la cosiddetta operazione militare dell’esercito israeliano “Muro difensivo”, durante la quale il campo e la città furono il teatro di violenti combattimenti. L’operazione terminò con il campo raso al suolo e numerose vittime palestinesi. I Palestinesi, così come diverse organizzazioni per la difesa dei diritti umani, accusarono Israele di aver commesso crimini di guerra durante l’attacco, avvenuto nell’aprile del 2002. Jenin Jenin mostra l’estensione alla quale la prolungata oppressione e il terrore hanno colpito le menti degli abitanti di Jenin.
Una giovane ragazza, che non sembra avere più di 12 anni, racconta la sua storia, ma sembra non conoscere la paura. La continua violenza nella sua vita quotidiana nutre I suoi sentimenti di odio e incitano l’urgenza della vendetta. Continueranno a produrre bambini, che potranno continuare la lotta contro l’ingiustizia. Vietato in Israele, il film è dedicato a Iyad Samudi, il co-produttore del film, che tornò a Yamun alla fine delle riprese del film. Il 23 giugno 2001 le forze israeliane assediarono Yamun e Samudi fu ucciso mentre stava lasciando una zona militare chiusa con 3 amici.
“RITORNO AD HAIFA” ,dal racconto omonimo di Gassan Kanafani – Francesco Feola – Italia, 2005
Per la prima volta nella letteratura araba uno scrittore palestinese ci parla di due diaspore: quella palestinese e quella ebraica, accomunate da un unico tragico destino. Said, palestinese di Haifa, torna con la moglie, dopo vent’anni di esilio, nella sua città natale per rivedere fugacemente i luoghi amati e la sua casa, ora abitata da una famiglia di ebrei polacchi scampati ad Auschwitz, e per cercare il figlio, abbandonato durante la repentina e tragica fuga. Con grande umanità e forza emotiva, Ghassan Kanafani ci accompagna in questo viaggio nel presente e nel passato, dove riaffiorano da entrambe le parti il disagio e la tristezza della situazione, in un groviglio di sentimenti e passioni umane.
“FRONTIERE DI SOGNI E PAURE, Ahlam al-Manfa” – Mai Masri – Palestina/Libano, 2001
Da Shatila (Beirut) a Dheisha (Betlemme), Frontiers of Dreams and Fears, si focalizza sul viaggio di due ragazze palestinesi profughe verso la frontiera tra il Libano e Israele, che le separa dalla loro infanzia l’una dall’altra. Filmato durante la liberazione del Libano del sud dall’occupazione israeliana (maggio 2000), e l’inizio della nuova intifada, il film esplora la relazione tra la memoria, l’immaginazione e l’identità. Un primo piano su due adolescenti, Muna, 13 anni e Manar, 14, le quali, separate dall’esilio, diventano amiche tramite internet, vogliono conoscersi e attendono che gli eventi politici rendano possibile il loro incontro. Il film segue le due giovani ragazze palestinesi nel corso di alcuni mesi della loro vita: Muna nel campo profughi di Shatila a Beirut e Manar nel campo di Dheisha a Betlemme. Vivendo in due campi diversi – l’uno segnato dalle condizioni di estrema marginalizzazione, l’altro dall’oppressione economica e militare israeliana – le due ragazze cercano di comunicare l’una con l’altra a dispetto delle barriere che le separano.
“LA SPOSA SIRIANA, Hacala Hasurit,The Syrian Bride” – Eran Riklis – Israele/Francia/Georgia, 2004
Mona, giovane donna originaria del Golan, sta per convolare a nozze combinate con un cugino siriano conosciuto solo per via epistolare. La felicità per l’evento, già di per se relativa, è soffocata dal fatto che una volta lasciato il Golan, occupato da Israele, non potrà più tornarvi né di conseguenza rivedere la propria famiglia. La ragazza verrà accompagnata al confine, per l’ultimo sofferto saluto, dal padre, attivista filo-siriano diffidato dalle forze di polizia locali, e dai fratelli, in fuga dalla cultura oppressiva e totalizzante dei propri luoghi natali.
